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AUDIOSTELOR PRESENTA: Per salire verso lo Spluga s’attraversa la Brianza, vegliata dai suoi santuari (Montevecchia, la Madonna d’Imbever e la Madonna del Bosco), dal Campanone, dalla Grignetta e dalla cortina dentata del Resegone, si costeggia il Lario con il borgo di Varenna e l’abbazia di Piona, fino al Pian di Spagna con suoi cannetti e i suoi uccelli. Tra Colico e Chiavenna s’incontra il delizioso lago di Mezzola, con la chiesetta di San Fedelino a Novate, raggiungibile in barca. sulla sponda orientale del laghetto sboccano le selvagge Valcodera e Val dei Ratti, che incidono le erte retiche, inerpicandosi fino agli scenari di ghiaccio (sempre neno perenne) dominati dalle maestose torri granitiche del Badile e dei suoi fratelli. Chiavenna - "una specie di chiave con cui veniva chiuso il passo ai popoli stranieri", la definisce il grigione Giovanni Guler nel 1616, giocando su un’etimologia sbagliata ma radicata fina dal Medioevo - posta alla confluenza della Val San Giacomo e della Val Bregaglia, è da sempre un centro strategico. Vi passava la Regia che collegava Coira a Como, vi transitavano mercanti e pellegrini romei. Vi passarono anche soldataglie bellicose, incazzate, bestemmianti e maleodoranti. Fu contesa da Como, dal Ducato, dai francesi e dal Medeghino che combatteva per l’Imperatore, dagli spagnoli, e dalla Repubblica delle Tre Leghe (i Grigioni protestanti). Proprio sotto il governo grigione vi accadde un fatto singolare: l’inizio dell’estate del 1659 portò negli orti e nei giardini dei dintorni di Chiavenna un esercito di bruchi che, senza né colpa né malizia ma spinti dalla fame, con le loro bocche voraci devastarono le tenere insalate. I chiavennaschi, miti e timorati di Dio, volendo risolvere il problema senza usare violenza alle creaturine, escogitarono d’intentar loro regolare processo, con accusa, difesa e giudizio. Si può solo immaginare la faccia del Commissario grigione Hardman, quando il 26 giugno i Consoli Pestalozzi di Chiavenna e Marsciocchi di Mese si presentarono al suo cospetto per inoltrare denuncia contro le bestiole, "verminibus, vulgo gattis" (vermi, detti volgarmente gattane) recitano i verbali. Ed il processo fu istituito, le gattane, chiamate in giudizio, non si presentarono, il messo fu inviato nei comuni del circondario perché affiggesse il bando all’albero, l’udienza finale fu fissata per il 3 luglio 1659. L’avvocato della difesa fece la sua arringa, i Consoli la loro e tutti ricorsero a dotte citazioni delle Scritture - Genesi, Matteo, Malachia e l’Apocalisse - l’uno per difendere il diritto dei bruchi ad essere ospitati in adeguato bosco, gli altri per sostenere la necessità dell’esilio, sempre in adeguato bosco. Il Commissario Hardman emise la sentenza ed i bruchi furono esiliati. Tutto fu messo a verbale e consegnato allo stupore dei posteri. Chiavenna è un borgo assai piacevole e vi si possono visitare il Giardino botanico, le spettacolari marmitte dei giganti e la bella chiesa collegiata di San Lorenzo con il suo Museo del Tesoro che conserva la stupefacente "Pace di Chiavenna", una coperta d’Evangeliario risalente all’XI secolo. Nelle vicinanze vi è Piuro con il suo paese sepolto (scavi archeologici in corso) dalla disastrosa frana del 1618: una sorta di Pompei retica con 937 morti piuraschi più un numero imprecisato di foresti. Vi si trovano anche le bellissime cascate dell’Acqua Fraggia, le chiese romaniche di S. Croce (a pianta circolare!) e di S. Martino in Aurogo con i suoi splendidi affreschi dell’XI secolo. Nella frazione di Prosto i "biscutin de Prost", ricetta segreta della famiglia Curto e la splendido palazzo Vertemate-Franchi. La stirpe dei Vertemate, germinata dal tronco Della Porta, nobile schiatta nella Milano viscontea, prese il nome dal borgo comasco, Vertemate appunto, ove si era insediata e dal quale, nel 1217, al tempo dei conflitti tra Milano e Como, Ruggero Della Porta fu inviato come podestà a Piuro in Valchiavenna. Nella nuova sede il toponimo divenne nome del casato i cui membri, lungo i secoli, occuparono sempre posizioni di rilievo nella vita politica e giuridica del comune. Le loro imprese commerciali nei settori della pietra ollare e della seta, favorite dalla posizione di Piuro nelle vicinanze di importanti vie di comunicazione attraverso i passi del Maloggia e del Septimer, ebbero successo ed essi aprirono filiali a Pavia, Vicenza, Venezia e Genova, Norimberga, Vienna, Basilea, Lione. A Piuro i Vertemate possedevano diverse dimore, tra le quali una quasi principesca: tutte furono distrutte dalla catastrofica frana del 1618 e degli stessi membri della famiglia si salvarono solo quelli che si trovavano all’estero a curare i loro affari. La frana risparmiò il palazzo edificato nella seconda metà del ‘500 dai fratelli Guglielmo e Luigi Vertemate fuori dal borgo, a Cortinaccio di Prosto. I committenti lo intesero come palazzo di rappresentanza e ne provvidero pure l’autosufficienza dotandolo di un’azienda agricola. Il palazzo è così inserito in un contesto che comprende un giardino all’italiana, il frutteto, il castagneto, l’orto, il vigneto, ed i rustici: stalle, ghiacciaia, torchio. Tuttora l’azienda produce vino pregiato: Sassella e Sfursat. All’interno: arredi e affreschi in cui trionfano la mitologia e le metamorfosi. Risalendo la Val San Giacomo verso Campodolcino, a S. Giacomo Filippo, incontriamo il santuario di S. Guglielmo e, a 800 m, il celebre santuario della Madonna di Gallivaggio, immerso in un ambiente naturale selvaggio che ne fa risaltare l’architettura sobria ed elegante. Il luogo è quello in cui, il 10 ottobre 1492, la Madonna, poggiando i piedi su una roccia ed avvolta di luce straordinaria, apparve circondata da angeli a due ragazze che raccoglievano castagne affidando loro il suo messaggio di penitenza e misericordia. La chiesa fu edificata tra il 1598 ed il 1603 in sostituzione di edifici precedenti e più modesti. Il campanile, isolato, è del 1731. L’interno, decorato da affreschi secenteschi, custodisce il masso granitico su cui poggiò i piedi la Vergine. Campodolcino giace in una conca a 1071 m d’altitudine, suddiviso in diverse frazioni che conservano diversi esempi di architettura rurale. Il paese e l’intera valle, prima di prosperare su turismo e diporto invernale, fondarono la propria economia sui commerci e sull’arte dei "grapàt", i distillatori d’acqua della vita. Campodolcino è anche il paese del beato Luigi Guanella, vero eroe della fede e della carità. Nella frazione di Faciscio si può visitare la sua casa natale. Si trova pure la "Ca Bardassa", esempio di architettura spontanea, sede del "Museo delle Tradizioni Locali". A Gualdera, il "ponte romano" (in realtà riedificato in epoca post-medievale) lancia le sue due arcate sul torrente Rabbiosa. Ai 2000 m d’altitudine di Motta Alta, eretta sopra una struttura che funge da Santuario all’aperto, la statua di Nostra Signora d’Europa, tutta ricoperta con lamine d’oro, domina la valle dal 1957 con i suoi 13 m di altezza. Non vi dirò nulla di Pianazze, né dell’area archeologica di Pian dei Cavalli, né di Isola e neppure di Madesimo (dove il positivo Carducci trascorreva le serate di vacanza all’Osteria Vegia). Solo una parola sullo Spluga, della "Spelunca". Non lontano dall’abitato del paese vi è difatti una grotta chiamata "truna de l’urs" ed il passo stesso era chiamato un tempo "Colmen d’Orso", "Urselerberg" dai tedeschi. Al margine del Piano della Casa la seicentesca Ca’ de la montagna, oggi sede dell’albergo Vittoria, è testimone di un’epoca in cui la strada dello Spluga costituiva l’ardita via degli scambi commerciali tra Milano ed il Nord: durante le bufere, come accadeva in molti ospizi di montagna sulle vie di tutta Europa, vi si suonava una campana per orientare i viaggiatori smarriti che in essa trovavano ricovero e salvezza; qui faceva dogana la corriera che dal 1823, in sole trentasei ore "volava" da Costanza a Milano. Poi si costruì la galleria del Gottardo e la strada dello Spluga da grande via di comunicazione e commerci divenne strada che conduce a località turistiche. Infine la gastronomia: gli gnocchetti, risposta chiavennasca ai pizzoccheri (ma son più buoni i pizzoccheri che son fatti di grano saraceno); gli gnocchi di castagne cotti nel brodo di gallina; la polenta in tutte le sue varianti; i "rustiment de Mees", della zona di Mese, piatto di riciclo, fatto con avanzi di polenta fredda sminuzzata, patate lesse a pezzi, verdure e cubetti di formaggio tipo Magnocca e servita con salumi; una minestra della Val San Giacomo di farina gialla servita con latte caldo, chiamata "melònz" o "zèmola"; gli "strozzaprevet", gli "gnoch de pan", la singolare zuppa d’amarene, le selvaggine cotte con la "piòta" in beola o con il "laveggio" in pietra ollare. Tra i formaggi, accanto al burro, signore della cucina valtellinese e chiavennasca e ai leggendari caci e latticini della vicina Valtellina (tra tutti il Bitto, che come la Pietà Rondanini mi fa commuovere quando ne parlo, e lo scimudin), si segnala il "magnòca", formaggio magro di latteria che necessita di una breve stagionatura ed è utilizzato nella preparazione di piatti come la polenta taragna. Salumi: la bresaola, naturalmente, i "bastardei" (salami di manzo e maiale), i prosciutti crudi e, soprattutto, il pregiato "violino di capra", coscia essiccata di capra (ma anche di pecora o camoscio) il cui nome deriva dal singolare modo di affettarlo, appoggiandolo sulla spalla come fosse, appunto, un violino e usando il coltello a mo’ d’archetto. Enrico De Capitani |